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Qui si favola

Il Brutto Anatroccolo e il dolore nascosto degli adolescenti

l Brutto Anatroccolo è una delle fiabe più amate e raccontate.
Parla di un piccolo diverso dagli altri, deriso, emarginato, schernito.
Spesso viene letta come una storia di bullismo, e in effetti vi si ritrovano elementi di offesa, isolamento e presa in giro. Ma è importante distinguere: un’offesa non sempre è bullismo, così come non ogni presa in giro diventa automaticamente persecuzione sistematica.
Ridurre il dramma degli adolescenti a una semplice contrapposizione vittima–bullo rischia di semplificare troppo un fenomeno molto più complesso.
Dietro alle storie di ragazzi e ragazze che arrivano persino al suicidio, ci sono spesso più strati di dolore: la pressione alla perfezione, la richiesta costante di essere performanti, l’impossibilità di mostrarsi fragili, imperfetti, “incompiuti”.
Viviamo in un tempo in cui si predica inclusione, empatia, autenticità, ma nella realtà quotidiana questi valori vengono spesso traditi. Non si può più invecchiare, non si può sbagliare, non si parla di morte né di dolore.
Ci si rifugia in un “pensiero positivo” superficiale che pretende di cancellare ciò che invece è parte integrante della vita.

Il dolore, invece, va visto, riconosciuto, attraversato. Se viene negato, si trasforma in sofferenza cronica, e la sofferenza crea attaccamento, gabbie interiori da cui è difficile liberarsi.
Le emozioni, tutte, hanno un ruolo: rabbia, tristezza, paura, gioia, stupore. Solo se le integriamo possiamo crescere.
Ed è qui che le fiabe tornano a essere strumenti preziosi. Perché non ci mostrano vite perfette, ma viaggi di trasformazione.
Il Brutto Anatroccolo non diventa cigno perché i suoi persecutori smettono di offenderlo. Diventa cigno quando si riconosce degno, quando smette di inseguire l’approvazione altrui, quando comprende che la sua unicità è il suo valore.

  • Imperfezione come umanità

    Nella lingua latina il perfetto indicava un’azione compiuta, chiusa, terminata. L’imperfetto, invece, raccontava un’azione in corso, non ancora finita. È il tempo delle fiabe: il tempo in cui si cresce, si sbaglia, si cade, ci si rialza.
    È il tempo della vita reale, che non ha conclusioni nette, ma processi in divenire.
    Michelangelo, scolpendo la Pietà, non aggiunse nulla: tolse, liberò la forma dal marmo.
    Non cercò la perfezione liscia e immacolata, ma diede voce all’imperfezione dell’umano. E in quella imperfezione sta la nostra verità.
    Se vogliamo accompagnare i nostri adolescenti, dobbiamo insegnare a raccontare l’imperfezione, a viverla senza vergogna.
    I loro cervelli sono ancora in costruzione, il loro prefrontale non è formato del tutto: hanno bisogno di narrazioni che li aiutino ad accogliere ciò che non è compiuto, a vedere nella fragilità non un fallimento, ma un passaggio necessario.

  • Dal dolore alla trasformazione

    Il Brutto Anatroccolo ci mostra proprio questo: non la vittoria su un nemico esterno, ma la conquista di sé stessi.
    Non è la condanna dei bulli a liberarlo, ma il suo riconoscersi cigno. Allo stesso modo, i nostri ragazzi hanno bisogno di essere aiutati a riconoscersi degni, nonostante le cadute, le ferite, gli sguardi giudicanti.
    La perfezione, se mai esiste, non è un punto d’arrivo. È un’illusione che si dissolve nel momento stesso in cui la inseguiamo.
    La felicità, al contrario, può nascere dal “togliere”: togliere l’ego, togliere il giudizio, togliere le aspettative irrealistiche. Nel momento in cui impariamo a farlo, ci accorgiamo che la perfezione non ci serve, e che l’essere vivi, imperfetti, è già abbastanza.